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Agricoltura a Marano di Napoli – una passeggiata (prima parte)

Ultimamente in associazione parliamo sempre più spesso del problema dell’agricoltura in Campania e delle terre coltivate nella nostra zona. Così tempo fa uno dei nostri soci ci ha invitati a visitare il suo appezzamento di terra sui Camaldoli affinché comprendessimo quanto siano ricche le campagne di Marano di Napoli.

Così in un pomeriggio tardo abbiamo preso la macchina e siamo saliti per via Iorace, imboccando poi la via comunale delle Cinque Cercole. Un nome antico, che identificava il luogo per la presenza, evidentemente, di cinque piccole querce (le “cercole”) che dovevano spiccare nel paesaggio.

agricoltura a marano di napoli

Uno scorcio della campagna dei Campi Flegrei, a Marano di Napoli

Mentre la strada scende gradualmente, sulla destra si apre allo sguardo la selva dei Camaldoli: ettari ed ettari di bosco che dalle pendici della collina arrivano fin su all’Eremo, dov’è la punta più alta da cui si domina l’intero golfo di Napoli. Nonostante l’abusivismo edilizio che non cessa di erodere terreno in nome di un profitto immediato e di un illusorio benessere, la selva resta il più grande polmone verde di Napoli – che lo ha dimenticato da quando l’agricoltura non è più una sua risorsa -. Eppure… Eppure lo potrebbe essere ancora se solo ognuno di noi – e ancor più la classe dirigente – facesse quello che io e i miei amici stiamo facendo adesso: entrare in un campo coltivato, percorrerlo lentamente ed osservare quanta ricchezza è in grado di donare. Nella vallecola dal fondo piatto come un campo da calcio, attorniata da colline coltivate a gradoni che sembrano spalti, vivono piante ed alberi rigogliosi, carichi di frutti, ciascuno secondo il suo tempo e la sua natura. A coglierli tutti si riempirebbe la mensa di una piccola scuola. Questo microcosmo, che beneficia di un microclima particolarmente umido, produce tanto raccolto da dare lavoro ad una manciata di persone; costoro a loro volta potrebbero portare sulle nostre tavole prodotti genuini ed espressione di varietà locali impossibili da trovare nei mercati e nei negozi, dove arrivano solo le merci standard che piacciono tanto a quest’economia selvaggia.

Il nostro amico non è un contadino: coltiva questo appezzamento nel tempo libero, quando e come può, ma sia nel lavoro, sia nel parlarne mette sempre un amore e un rispetto che stupisce. Reca nel sangue l’orgoglio e la dignità di una famiglia che la terra la conosce e l’ha lavorata per generazioni. Da noi si dice “faticare” la terra, questa è stata la dimensione storicamente percepita. Oggi però abbiamo l’impressione che essa non sia più il necessario sostentamento di molti, com’è sempre accaduto, ma un’opportunità potenziale per milioni di disoccupati, esodati e migranti. Cos’altro se non la terra, infatti, può costituire al contempo un’opportunità di lavoro, un sostentamento in beni primari per i lavoratori stessi ed una straordinaria speranza di ripresa economica per l’Italia? Il nostro Paese è oramai ridotto ad una landa per metà coltivata dalle grandi aziende (quelle che “fanno” il mercato dettandone le regole spietate) e per metà lasciata incolta, abbandonata. Disseminata di orti e campi ridotti a steppa, di conservifici e aziende agricole dai muri cadenti e scoperchiate. Sono le rovine di una Pompei contemporanea che, a differenza di quella dei Romani, non è stata colta nel pieno del suo splendore ma si è esaurita per dissanguamento delle proprie energie produttive, per svuotamento di quell’anima contadina che ha sfamato gli Italiani dal tempo di Cesare agli anni nostri, cantata dai poeti d’Arcadia e da D’Annunzio, dai pittori di fine Ottocento e da Pier Paolo Pasolini. L’ultimo, forse, ad aver visto quella secolare Italia di orti e di aratri, il primo ad aver avvistato all’orizzonte la marcia della modernità, dell’illusione del benessere che tra anni ’50 e ’60 ha decretato come chiuso il millenario capitolo dell’agricoltura nazionale, coi suoi problemi di conflittualità fra piccole e grandi proprietà, le sue rivoluzioni politiche e cognitive. I Gracchi, Mussolini, Strampelli, De Gasperi.

Forse è arrivato il momento di diffondere i segni del cambiamento, che sono peraltro già in atto. Come fa ad esempio Rural Hub, un incubatore di innovazione che è anche, come recita la presentazione sul sito, “il primo luogo (fisico e virtuale) in Italia che mette in connessione e consente lo scambio e la condivisione tra persone, idee e progetti dell’innovazione sociale applicata alla ruralità”. Rural Hub è una realtà tutta campana, la punta di diamante dell’innovazione sociale che passa per la cultura di una nuova ruralità. Forse sarebbe il caso di approfittare del fatto che siamo così vicini, no?

La questione nodale è questa: l’hinterland Nord di Napoli non è solo la “terra dei fuochi“, ma è anche quella ferace, piena di prodotti buoni e di bellezza che conosciamo storicamente come Campania Felix. In questa bellezza sono inclusi anche coloro che lavorano i campi, i quali esprimono un valore umano ed esperienziale enorme. Essi sono infatti gli ultimi eredi dei custodi della terra, nel senso del territorio tutto: come insieme di fatti materiali ed immateriali, di habitat e paesaggio, intimamente inscindibili.

agricoltura a marano di napoli

Non è poco. Forse noialtri potremmo cominciare a ragionare sul futuro dell’agricoltura a Marano di Napoli (e dei Comuni limitrofi), il che vale a dire sul nostro futuro. Il socio di “PIÙ” continua a condurci lungo le pendici dei rilievi che si affacciano sulla vallecola dalla quale eravamo partiti; la collinetta è stata terrazzata dai suoi progenitori e una serie di rampe spesso incrociate con un gusto quasi estetico permette di salire e scendere agevolmente. Così gli uomini hanno trasformato pendii impervi in superfici coltivabili, piegando il tufo ai propri bisogni.

Il problema, piuttosto, è un altro e l’abbiamo incontrato durante la nostra passeggiata: questo appezzamento di terra ospita decine di meravigliosi pruni, sia quelli a frutto giallo che quelli a frutto rosso. L’amico ci invita ad assaggiarli: esplodono subitaneamente nel palato con un profumo che sale al naso, dove resta a lungo, mentre il dolce delizia la lingua con una carezza vibrante e profonda. Questi non sono frutti: sono capolavori. Anzi, capoValori, dato che sono varietà locali. Gli chiediamo se li venda al mercato. Forse era una domanda da non fare: s’intristisce di colpo e ci racconta a voce sommessa che al mercato gli hanno offerto meno di 0,40€ al chilo.  Di chili ne aveva poco più di una decina, e quattro o cinque euro non avrebbero coperto neanche i costi per l’acqua e la benzina. Figuriamoci se questa persona, invece di avere un lavoro che gli dà da vivere, dipendesse del tutto dalla coltivazione del suo campo. Dovrebbe abbandonarlo nel giro di qualche mese. Anche questa è l’agricoltura a Marano di Napoli. E in tutt’Italia.

Ora siamo circa 15-20 metri più sopra e davanti a noi si apre una vista sorprendente, composta di pini marittimi all’orizzonte, neri contro il tramonto, edifici immersi in una vegetazione lussureggiante ed un paesaggio mosso e continuamente mutevole. Anche se non riesco a rimuovere le parole cariche di tristezza del nostro “Virgilio” bucolico, non posso nemmeno reprimere il moto di orgoglio che mi sale da cuore. Queste sono le campagne di Marano di Napoli, nei Campi Flegrei, i “Campi ardenti” (questo il significato del toponimo in greco). L’unica accezione di ardente che personalmente gli riconosco: di infuocato ci sono sempre stati solo i vulcani. Non per negare gli altri “campi ardenti”, quelli degli sversamenti della camorra, ma il nome no, non ce lo lasciamo cambiare dai clan e nemmeno dalle mode giornalistiche. Perdonate lo sfogo e il puntiglio.

Ci vediamo fra pochi giorni con la seconda parte dell’articolo!

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Francesco Panzetti

38 anni, sono laureato in archeologia romana. Sono stato libraio, editore, organizzatore di eventi e responsabile comunicazione e marketing di Archeologia Attiva. Attualmente, come consulente in User Experience Design, mi occupo di applicazioni mobile e marketing territoriale.
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