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Gli orti urbani e il rilancio delle città

Avete trascorso delle buone ferie? La maggior parte di voi sarà stata al mare, qualcun altro in montagna. Chissà se qualcuno di voi è anche stato in campagna. Ma forse non serve andare lontano: la campagna è tutto intorno a noi.  Riprendiamo allora i nostri “viaggi” proprio da qui, dall’agricoltura, dagli orti urbani che sono disseminati nel nostro territorio.Recentemente abbiamo cominciato ad occuparci (qui e qui) dell’agricoltura e della cultura rurale a Marano e nei dintorni, e abbiamo scoperto che è una risorsa tanto preziosa quanto dimenticata. Riprendiamo l’argomento con un’anticipazione, tanto per avere un’idea visiva dell’entità di ciò di cui stiamo parlando. Vi mostriamo un’anteprima dallo studio che stiamo compiendo per quantificare le porzioni di territorio urbanizzato, coltivato ed incolto all’interno dei Comuni di Marano, Mugnano e Calvizzano.

Aree coltivate hinterland nord Napoli

Una mappatura (ancora incompleta) della destinazione d’uso del territorio attorno a Marano. In bianco le aree urbanizzate, in verde quelle coltivate, in giallo i campi presumibilmente incolti e infine, in blu, le aree boschive (come, ad esempio, la famosa Selva di Chiaiano, che vedete in basso a destra). L’area considerata comprende una parte del Comune di Napoli, i Comuni di Marano, Mugnano e Calvizzano fino alla Circumvallazione esterna verso Nord e alla caldera di Quarto ad Ovest.

Il territorio del quale stiamo parlando non è grande se, per esempio, viene comparato con quello del Giuglianese, ma è ricco di aree verdi. Dentro c’è di tutto: boschi, aree incolte, orti, giardini, frutteti, qualche campo di frumento. Ciò che vi balzerà subito all’occhio è che la nostra zona è piena di agricoltura, di terre coltivate. E se ci pensate sono dei veri e propri orti urbani, ora che la città ha divorato gran parte della campagna che una volta era l’unico paesaggio di questo angolo di Campania. Ora, non tutti i campi che è possibile vedere dal satellite sono effettivamente coltivati: alcuni appezzamenti probabilmente aspettano solo la licenza edilizia (o anche no…) per tirare su un palazzo; altri giacciono abbandonati da anni perché nessuno dei proprietari se ne cura più; altri ancora potrebbero essere demaniali. E certamente, di quelli attualmente utilizzati per l’agricoltura, solo una parte produrrà in quantità sufficienti per vendere il prodotto (in altre parole, farà parte di vere e proprie aziende agricole); del resto il prezzo dei prodotti agricoli al mercato è talmente basso che può essere compensato solo da una grande estensione dei campi, e quindi da un raccolto quantitativamente consistente. Al di sotto di una certa soglia non vale la pena di vendere: le spese sarebbero superiori ai ricavi. Poi ci sono gli orti di sussistenza, quelli per uso familiare, che sono una parte fondamentale del nostro paesaggio agrario-urbano.

Ciò nonostante, se potessimo sommare la produzione di tutte queste aree (e cercheremo di farlo) otterremmo un valore apprezzabile all’interno del mercato locale. Eppure, l’agricoltura nelle nostre città della cintura metropolitana è un’attività “silente”, messa ad un cantuccio: non se ne parla mai, non se ne vedono i frutti se non per qualche sporadico tentativo di promozione (le ciliegie di Chiaiano) e qualche carretto di ambulante (a cui bisogna sottrarre una percentuale di contadini mendaci, che in realtà comprano i prodotti al mercato ortofrutticolo e li rivendono sotto mentite spoglie come propri).

Io allora dico di fare una cosa. Di porci una domanda: ma non sarà che stiamo ignorando una potenziale risorsa del nostro territorio? Una risorsa che, silenziosamente appunto, occupa già centinaia di persone – come attività lavorativa principale, come attività secondaria, per puro diletto, ma comunque le tiene letteralmente occupate con la zappa, gli innesti, la scala, la vanga e il verderame -, e che, se opportunamente potenziata e inquadrata in un progetto organico, potrebbe assorbire altra occupazione?

Ma andiamo ancora un poco oltre con lo sguardo. Immaginiamo cosa potrebbe cambiare se l’agricoltura, di colpo, tornasse ad essere un asset di sviluppo strategico della nostra area. Parliamoci chiaro: quella in cui viviamo (come tutta la Terra di Lavoro) è una fascia di pianura e collina incredibilmente fertile e vocata a numerose coltivazioni, solo che dagli anni ’70 ci hanno convinti tutti che eravamo un’area residenziale privilegiata per trovare casa non troppo lontano da Napoli. Residenziale, ok, ma in questo modo improduttiva (salvo per chi ha costruito, ovviamente). Non possiamo neanche dire di essere giunti ad una fase postindustriale, perché da noi non c’è stata alcuna tradizione produttiva, alcuna cultura operaia. Siamo passati direttamente  dalla civiltà contadina ai quartieri-dormitorio, col risultato di non avere più identità collettiva, pochi servizi e nessuna possibilità di assorbire l’esorbitante quota di inoccupati/disoccupati che quei dormitori producono. E allora perché non prendere in considerazione proprio l’agricoltura come una possibile via d’uscita? È incredibile come, ancora fino a pochi anni fa, la classe politica abbia pensato ad aree produttive industriali (come la sfortunata area PIP di Marano o la più grande area ASI di Pascarola) mentre abbia sempre ignorato la risorsa dei campi? Forse perché bisognava aspettare che quei terreni cambiassero destinazione d’uso…

Voglio chiudere con una fotografia che ho scattato poco tempo fa da via Bernardo Cavallino, a Napoli. Una strada che collega il Rione Alto e la zona ospedaliera con l’Arenella e il Vomero. Siamo in piena città, eppure, affacciandomi da un muricciolo che guarda verso la meravigliosa zona dello Scudillo, ho scoperto un orto urbano. Consideratelo un relitto, più o meno come il Proteo che sopravvive nelle caverne dalla più lontana epoca preistorica. Un relitto prezioso, però: perché sfama sicuramente almeno una famiglia, donandole prodotti freschi e non viziati dai mali di certa agricoltura intensiva. Un presidio per il territorio, che fin quando resiste conserva un paesaggio millenario fra i palazzoni del dopoguerra. Intanto, da lì si vede il Centro Direzionale di Napoli, il sogno cosmopolita di Napoli che è miseramente fallito, preda dell’incuria e della crisi immobiliare. L’orto invece è ancora lì, a fare ogni stagione il suo dovere. Tiè.

Orti urbani

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Francesco Panzetti

38 anni, sono laureato in archeologia romana. Sono stato libraio, editore, organizzatore di eventi e responsabile comunicazione e marketing di Archeologia Attiva. Attualmente, come consulente in User Experience Design, mi occupo di applicazioni mobile e marketing territoriale.

1 comment for “Gli orti urbani e il rilancio delle città

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