PIÙ

Collettore di idee e di energie vive, un luogo in cui le volontà si incontrano e si incarnano in progetti reali e concreti.

Il valore del Lavoro

È da poco trascorsa la Notte del Lavoro Narrato (#lavoronarrato), edizione 2015. Noi l’avevamo pensata calata nel contesto regionale e locale, perché in fondo siamo un’associazione territoriale. Poi, tra una fava fresca e un bicchiere di vino, la discussione ha preso un’altra piega, molto più generale. C’era fame di ragionare insieme sul senso e sul valore del lavoro guardando all’attualità da più in alto: l’Italia, il mondo. C’era bisogno di confrontarci, di condividere emozioni forti e ancor più forti preoccupazioni. Così è nato questo fascio di riflessioni che ho scritto.

Innanzitutto il lavoro è l’opera del corpo.

Il lavorio dei tendini, la percussione dei muscoli, le architravi dello scheletro. L’architettura sublime che dà forma alle idee, le immette in un campo di forze naturali e umane, nello spazio e nel tempo. Il primo trattato sul lavoro si intitolò “Le opere e i giorni”. Fu l’inscrizione del corpo nella trama della terra, il corpo che stava al mondo. Tutto attorno a noi il lavoro plasma il grande contenitore del mondo: i contadini, gli artisti, gli architetti, i muratori, ognuno dà forma al regno dell’uomo con l’opera propria. E quindi col proprio corpo. Ne porta il sudore, il ritmo dello sforzo, i canti che la gola assetata plasma dall’alba dei giorni come sollievo alla fatica.

Il lavoro è inno e gloria del corpo, viatico per l’esistenza. Si viene al mondo con sforzo, infatti, e con più sforzo ci si deve stare.

Il lavoro è scrittura nella carne del mondo.

La prima scrittura fu nella roccia — non incisa dallo scalpello del lapicida né dallo stilo dello scriba —: fu messa su a fatica, parola per parola, nelle infinite lettere delle pietre con cui le civiltà più antiche hanno eretto mura, templi e statue. L’architettura fu la prima voce del lavoro, il suo primo monumento fu monumento agli dèi.

Ma anche i solchi degli aratri scrissero il lavoro, e le righe che alternativamente i popoli italici scolpivano nel calcare da destra a sinistra e da sinistra a destra si dicono bustrofediche: “come si conducono i buoi nel campo”.

Per questo la scrittura stessa è lavoro. I pensieri, infatti, vengono fuori senza sforzo: ma scrivere richiede apprendistato, fermezza del braccio, mano sempre contratta, polso financo dolente. E memoria, esercizio costante, geometria e valanga; gestione del rischio, azzardo, straordinari, approvvigionamenti verbali, scorte di libri, capacità produttiva a reggere i ritmi del pensiero. E poi ricade sul mondo come lo schianto dell’acqua tutt’intorno dopo il tonfo di un macigno nel lago. È lavoro che, letteralmente, dà voce all’uomo; tutti gli altri, silenziosamente, ne testimoniano l’operosità.

Però il lavoro è sempre un orologio.

Scandendo il tempo chiede che per ogni movimento della lancetta corta si muova sessanta volte quella lunga. È inesorabile: le cause vengono sempre prima e le conseguenze dopo. Marca l’attesa, chiede pazienza. Mortifica la fretta con l’incompletezza e premia la dedizione con la bellezza.

Misura la fatica, anche, e con essa la forza del corpo, è calendario delle età e dispensario della saggezza.

Il lavoro è perfino sfida al tempo, schiaffo all’oblio, quando diventa monumento (che in latino significava all’origine “ammonimento”). E quindi è un ponte, un azzardo, uno scacco ai calendari.

Il lavoro è memoria.

Cresce su se stesso, si srotola e riarrotola ad ogni generazione, ad ogni passaggio di consegne, ad ogni nuovo venuto. Il lavoro è l’archivio sociale della sapienza fatta cosa, inscritta nelle azioni; è il racconto della storia dell’umanità.

Il lavoro è un’enciclopedia disseminata dell’esperienza, il velo infinitamente duttile che si posa sulle opere che plasmano la Terra.

Altre riflessioni

L’archeologia del lavoro

Il discorso sul lavoro dell’uomo nel flusso della storia appartiene invece all’archeologia: infatti è quasi sempre studio delle tracce dell’opera dell’uomo.

Non conosciamo il nome del fabbro, ma troviamo il suo forno o gli scarti di lavorazione; non sentiamo il muggire dei buoi davanti all’aratro, ma possiamo tornare a vedere i suoi solchi nella terra; né di molte case possiamo scoprire gli abitanti, ma ci arrestiamo di fronte all’opera dei muratori che l’hanno eretta e a qualche traccia dei lavori domestici.

È quasi un inno ai muscoli, l’archeologia. Quelli di chi ha compiuto qualche azione di cui ci è rimasta una traccia, e quelli di chi la riporta alla luce. Il conoscere, come il fare, richiede sudore.

L’assenza di lavoro

Il lavoro è, inevitabilmente, lo spettro della sua assenza. Se il lavoro nobilita l’uomo, la sua mancanza lo svilisce, lo rende diafano, lo priva di uno scopo per le azioni. Mortifica le gambe, le braccia, le mani, la parola. Non si lavora per guadagnare del denaro con cui sopravvivere, ma per dare al domani un orizzonte, per non rendere inutile il corpo e la mente. Il lavoro scandisce il tempo e attraverso i segni in cui si compie e rimane allontana lo spettro della vacuità della vita. Non avere uno sbocco impaluda i fiumi, attira la malaria, uccide nella mota il bestiame e il pastore che tenta di salvarlo.

Lavoro è, letteralmente, compagnia: mangiare lo stesso pane insieme. E lì dov’è compagnia, c’è memoria. Collettiva, perché condivisa. Condivisa quando le storie si compiono, e narrata dopo, nella trama del tempo di cui il lavoro non è né la trama né l’ordito, ma la spola. Così si compie il destino dell’uomo: le fronti sudano e la bocca tramanda ciò che le mani compiono e che le cose di per sé non dicono.

Io. La mia generazione

Io non ho un lavoro. Fatalmente, io sono ciò che non ho. Quello che faccio — quando lo faccio — e quello che sento di voler fare mi denota e mi connota al tempo stesso, aggiunge aggettivi e mi definisce al medesimo modo in cui mi descrive con le parole di cui già sono fatto. Come dire: mi fa diventare qualcosa che mi riconduce ogni volta a me stesso. Il lavoro per me è un pendolo esistenziale. L’unico rischio che si corre è che in questo incessante movimento dal dentro al fuori di se stessi e viceversa ci si stiri a tal punto da lacerarsi e, frantumandosi, perdersi di vista smarrendo la propria integrità. Male di vivere della mia generazione, che sta sospesa come la campata di un ponte cui siano venute a mancare le due testate di un mondo ancora praticabile e di un futuro già possibile.

Personalmente penso spesso a quello che i testi cristiani della tradizione più antica chiamo il “Katèchon”, il potere che trattiene e rallenta la venuta dell’Anticristo. Non è un concetto solo teologico, ma anche sociologico e politico. L’Anticristo è il nuovo ordine mondiale; il Katèchon è stato già rimosso: colui che tratteneva l’Anticristo non c’è più. La finanza per la prima volta ha dematerializzato la ricchezza, scindendola dagli atomi: oro, petrolio, diamanti, acqua. Sono i presupposti sui quali la ricchezza immateriale si è decuplicata rispetto alla somma di tutte le ricchezza materiali, svincolandosene. Ma se si può sfuggire alle leggi dell’economia o dell’etica (ammesso che ve ne siano), non si può eludere quelle della Fisica, dell’ecologia, della biologia.

Per me l’Anticristo è la rottura dell’uovo che libera il nuovo possibile. Gli equilibri debbono rompersi definitivamente; il trauma è l’inevitabile prezzo da pagare per l’unica cosa che assicura la vita: la trasformazione. Pensarci immutabili nella stagione più liquida e provvisoria della storia umana, del resto, sarebbe una bella farsa. E credo che, se e quando ciò avverrà, sarà ancora una volta grazie al lavoro. Il lavoro, che trasforma l’uomo e ciò che lo circonda.

Condividi di PIÙ!
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
The following two tabs change content below.

Francesco Panzetti

38 anni, sono laureato in archeologia romana. Sono stato libraio, editore, organizzatore di eventi e responsabile comunicazione e marketing di Archeologia Attiva. Attualmente, come consulente in User Experience Design, mi occupo di applicazioni mobile e marketing territoriale.

1 comment for “Il valore del Lavoro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com