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La produttività non può essere soltanto un indicatore ma anche una direzione

E’ l’indicatore per eccellenza, ed è ritenuto dagli economisti il principale indicatore dell’efficienza di un sistema economico. Si sta parlando della produttività. Quell’indicatore che misura un sistema economico in termini di capacità di generare sviluppo e di competere su mercati internazionali.
In Italia questo indicatore è cresciuto negli ultimi 20 anni del 5%. In Francia e Germania del 25%. Questo dato è alla base del declino del nostro Paese che rappresenta, da questo punto di vista, una eccezione tra i cosiddetti Paesi avanzati.

Il ventennale decadimento del nostro Paese non è facile da spiegare, soprattutto se si tiene conto del fatto che sia avvenuto in un periodo storico caratterizzato da tre “fatti” importanti e, per certi versi, disrumptive: introduzione dell’euro, la progressione vigorosa della Cina e la rivoluzione tecnologica e digitale. E’ importante ricordare che il tessuto produttivo del nostro Paese si fonda per la maggior parte della sua attività sulle PMI, che per la loro naturale flessibilità e dinamicità meglio e più velocemente rispondono ai cambiamenti.

Questo ritardo solitamente viene addebitato a tre circostanze:

– Ingresso dell’Italia nella moneta unica: molti detrattori della moneta unica sostengono che l’abbandono della moneta nazionale abbia indebolito l’Italia e la sua capacità di svalutare la moneta per favorire l’esportazione e, pertanto, penalizzato la competitività delle realtà locali in un mercato sempre più ampio e sfidante;

– Una pessima riforma del mercato del lavoro: molti detrattori della penultima riforma del lavoro (la riforma Biagi) sostengono che la liberalizzazione del mercato del lavoro e le agevolazioni concessi alle aziende che ricorrevano ai contratti a progetto e a termine abbiano penalizzato gli investimenti in Capitale Umano e in professionalità da coltivare e trattenere;

– La caratterizzazione delle imprese italiane spesso troppo piccole e a conduzione familiare: molti esperti ritengono che le piccole dimensioni delle nostre imprese e l’aver lasciato la guida a persone prive di un profilo manageriale, in un momento di grande trasformazione e di forte competizione su piani internazionali e innovativi (non tradizionali), abbiano penalizzato le nostre realtà e la loro competitività.

A questi tre fattori ne aggiungerei un altro, spesso trascurato e forse altrettanto importante, legato alla inadeguatezza di un sistema politico che per venti anni ha trascurato i cambiamenti in atto e si è concentrato su questioni non significative e, spesso, inutili. La lentezza al cambiamento e, spesso, l’inadeguatezza del sistema politico-amministrativo ha avuto ricadute su:

– Risanamento dei conti pubblici;

– Ritardo nella riforma del sistema pensionistico;

– Efficienza dell’apparato amministrativo ed eccessiva burocrazia;

– Tempi di risposta della Giustizia lunghi e incerti;

– Time to response del sistema pubblico non più in linea con i tempi e con le attesa del sistema produttivo e dei nuovi bisogni dei cittadini;

– L’eccessivo decentramento dovuto alla Riforma del titolo V della Costituzione ha potenziato gli enti locali e favorito, inevitabilmente, i fenomeni di corruzione e di aumento delle imposte locali con un peggioramento dei servizi offerti ai cittadini, la disomogeneità nelle scelte locali su importanti opere infrastrutturali necessarie al Sistema Paese per competere e per mettere le aziende nelle condizioni di poter competere adeguatamente in un contesto di mercato, come si diceva, internazionale e dunque più sfidante.
Gli esempi da poter impiegare per sostenere ognuno dei punti di criticità appena elencati sono tanti. Uno su tutti è la cosiddetta AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) che in Italia può prendere anche anni, mentre in altri Paesi avanzati normalmente si ottiene, nella peggiore delle ipotesi, in pochi mesi.

La corruzione meriterebbe un articolo a parte ed un approfondimento maggiore. Il Presidente della Corte dei Conti, di recente, ha dichiarato nella relazione annuale che il costo della corruzione ammonta a 60 miliardi di euro. Inoltre, l’evasione fiscale, lo sperpero di danaro pubblico e il ricorso sistematico ad incarichi e consulenze illegittime ed inutili sono tra i problemi endemici del nostro Paese e ne frenano, appunto, la crescita e lo sviluppo. Alla perdita di competitività e di produttività dobbiamo aggiungere un altro fenomeno, altrettanto grave e preoccupante: la perdita di fiducia nel merito, nell’impegno e nelle competenze e capacità individuali, nonché la scarsa partecipazione al raggiungimento degli obiettivi collettivi e individuali.

A queste considerazioni bisogna aggiungere un aspetto altrettanto singificativo. In Italia il peso dell’industria è sceso sotto il 20% del valore aggiunto, mentre quello dei servizi è, come accaduto in tutti i Paesi avanzati, cresciuto. Nel settore dei servizi troviamo ovviamente anche l’ICT (Information and Communication Technology) che, a differenza di altri settori, ha avuto una crescita molto significativa. Questi cambiamenti hanno, pertanto, ridisegnato la composizione del Prodotto Interno Lordo, e determinato un freno per quei settori che necessitavano di un sistema di leggi e di processi diverso ed in grado di sostenere questa rapida trasformazione. Purtroppo, il tempo perso in questo ventennio ha frenato e non indirizzato la produttività del Paese, con conseguenze spesso drammatiche sia dal punto di vista occupazionale sia dal punto di vista della competition tra le nostre imprese e quelle degli altri Paesi avanzati.

Occorre, dunque, mettere in piedi nuovi modelli positivi in cui le persone si possano riconoscere ed identificare. Modelli di cui si ha fiducia e che si è disposti a seguire per creare dei meccanismi virtuosi in grado di ridare fiducia e speranza al Paese e alle nuove generazioni. Occorre intensificare l’educazione alla cultura della conoscenza e della trasparenza e rimettere il merito al centro della agenda politica dei prossimi anni. Solo così potremo rimettere in moto la fiducia e l’economica del Paese. La produttività non deve più essere solo un indicatore ma anche una direzione.

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Crescenzo Coppola

Sono nato a Napoli nel 31 Avanti IPhone. Ingegnere e manager appassionato di Innovazione, ICT e Digitale. Chi vuole contattarmi può raggiungermi su twitter: @crescoppola

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