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Ritorno all’agricoltura. 1 – Venezia

Oggi vi raccontiamo un caso particolare di ritorno all’agricoltura, e per farlo dobbiamo spostarci nella laguna di Venezia, in un paesaggio che i mass media non ci hanno abituato ad associare alla coltivazione dei campi ma piuttosto al turismo. Chi sono i protagonisti della nostra storia?

L'isola di Sant'Erasmo si trova a Nord-Est di Venezia e, dopo quest'ultima, è la più grande isola dell'arcipelago veneziano con i suoi 3,26 kmq. Per contro, conta solo 723 abitanti.

L’isola di Sant’Erasmo si trova a Nord-Est di Venezia e, dopo quest’ultima, è la più grande isola dell’arcipelago veneziano con i suoi 3,26 kmq. Per contro, conta solo 723 abitanti.

Davide e Samuele. Per chi non lo sapesse, Davide è un nome abbastanza comune a Venezia. Lui però non è un Davide come gli altri. E neanche Samuele. Loro, il Tozzato e il Griggio, tanto per cominciare hanno ventott’anni; ma soprattutto, hanno l’apecar. Con questo popolare mezzo d’assalto, si sono lanciati alla riconquista di un’isola grande quasi come Venezia, ma praticamente disabitata, e hanno aperto un’azienda agricola. Detta così non sembra una notizia di cui sbalordirsi, lo so, ma se oltre al faticoso lavoro di recupero di 4 ettari abbandonati da 12 anni vi dicessi anche che Davide e Samuele vengono da Mestre — la città ex-industriale che ha fatto la storia del “miracolo” veneto— e che vivevano come precari ed erano costretti ad affrontare uno scomodissimo pendolarismo, allora forse questa storia comincerà ad apparirvi degna di un certo interesse. Perché se un laureato in progettazione culturale alla Ca’ Foscari di Venezia (Davide) ed un carpentiere si stancano della vita che fanno e decidono di diventare contadini, vuol dire che ancorarsi alla terra forse significa anche sconfiggere il precariato e il carico di angoscia che si porta quasi sempre dietro. Significa magari premiare anche l’aspirazione a fare il lavoro che si ama, che dà soddisfazione e mette il sorriso sopra la fatica.

«Volevo mettermi alla prova con qualcosa di diverso»

dice Samuele. E come dargli torto?

Questa storia di ritorno all’agricoltura però è anche la scommessa di due giovani nati in una città — Mestre — che dopo la crisi dell’industria chimica ha vissuto una conseguente crisi d’identità collettiva. Non è un caso che provengano proprio da lì, ne sono quasi convinto. A Mestre in circa mezzo secolo 20’000 abitanti sono diventati 200’000. Hanno intombato i canali (un elemento non solo del paesaggio veneziano ma di tutto l’arco di costa a Nord e a Sud del delta del Po), hanno tirato su palazzi fino a raggiungere un primato nazionale: appena 20 centimetri quadrati di verde urbano a cittadino. Una specie di foga divoratrice animata dall’ebbrezza dell’industrializzazione; quest’ultima, forse, un tentativo di cancellare la propria storia di contadini e di rimuovere sotto il luccichio del progresso il conflitto fra Mestre e Venezia, la fabbrica e la cultura, il lavoro e la bellezza. In fondo non è una storia così lontana dalla nostra.

Ma neanche la scelta dell’isola di Sant’Erasmo è casuale.

Già alla fine del '500 Francesco Sansovino nella sua opera Venetia, città nobilissima et singolare, si riferiva a Sant’Erasmo come a un’isola ricca di orti e vigneti che riforniva "alla città copia di herbaggi, e di frutti, in molta abbondanza e perfetti".

Già alla fine del ‘500 Francesco Sansovino nella sua opera Venetia, città nobilissima et singolare, si riferiva a Sant’Erasmo come a un’isola ricca di orti e vigneti che riforniva “alla città copia di herbaggi, e di frutti, in molta abbondanza e perfetti”.

Davide e Samuele (i cui nomi sembrano tolti ad un episodio della Bibbia) vanno via da dove la memoria contadina è una vergogna da dimenticare e approdano all’isola dove essa è invece ancora viva, benché messa in ombra dalla fama turistica di Venezia. Sarebbe come dire che due napoletani se ne andassero dalla città per trasferirsi fra le campagne di Marano o di Mugnano. Non sarebbe bello? Se sentite come hanno trasformato quei 4 ettari di terra incolta penserete subito anche voi che è bello:

nella terra fertile, nera e sabbiosa santerasmina c’hanno infilato almeno 6 mila piante di insalata, 800 di pomodori, 2000 zucchine, 300 peperoni, 15 filari di fagioli, 50 di cetrioli. Mostrano con orgoglio le lunghe file di basilico, melissa, salvia, menta, liquirizia.

Perché questi prodotti, coltivati secondo metodi rigorosamente naturali, giungono attraverso una rete basata sul passaparola a svariate associazioni e ad una decina di ristoranti

«che usano davvero e solo verdure locali di stagione. Non sono davvero pochi per una città come Venezia»,

commenta uno dei due.

Davide e Samuele hanno fatto una scelta giusta per se stessi, e in generale una scelta saggia. Perché chi coltiva la terra si regge in piedi mentre chi sta in fabbrica non sa se domani troverà i cancelli aperti o chiusi, lo stipendio o il licenziamento. Perché quel paradiso fatto di sereni vigneti di “torbolino” e campi di carciofi viola e di placidi canali era lì da sempre ad aspettarli, bisognoso di due menti giovani e volenterose in grado di prendersi cura del suo paesaggio.
Ve lo chiedo ancora una volta, adesso: non sarebbe bello se il ritorno all’agricoltura arrivasse anche da noi, in questo hinterland nord di Napoli dove non resta nient’altro da sperare?

Mi viene da pensare a questa  famosa canzone di Edoardo Bennato:


Dov’è la nostra Sant’Erasmo, la nostra isola da riprenderci? Magari la nostra isola non c’è perché non sappiamo dove guardare. Ecco, io vorrei che di Davide e di Samuele ne venissero fuori tanti dalle nostre città. Da Napoli, da Caivano, da Giugliano, da Frattamaggiore, da Afragola. Che trovassero le loro isole e ci andassero a vivere con le loro famiglie; che ci portassero i loro amici, che aprissero le porte a clienti e curiosi. Vorrei che i loro prodotti, nel giungere sulle nostre tavole, parlassero della loro scelta, della soddisfazione che si stanno prendendo, e raccontassero che un’alternativa alla crisi e al precariato è sempre possibile, anche senza fuggire all’estero.

E allora vi faccio un’altra domanda, visto che molti di voi conosceranno giovani disoccupati o precari, o lo saranno essi  stessi; magari un vostro fratello, nipote, cugino o amico sta già pensando di andar via a cercare fortuna all’estero. Ecco, la mia domanda è questa: gli ettari di terreno ci sono (molti sono privati ma esistono anche aree demaniali, che andrebbero individuate e mappate), facciamo una vitaccia, bene, allora che aspettiamo a riprenderci questa terra che ci appartiene da sempre? Davidi, Samueli, dove siete? Se ci siete, battete un colpo (di vanga)!

(Fonte: Corriere del Veneto, 18 agosto 2014)

(Foto in evidenza: Trekheart)

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Francesco Panzetti

38 anni, sono laureato in archeologia romana. Sono stato libraio, editore, organizzatore di eventi e responsabile comunicazione e marketing di Archeologia Attiva. Attualmente, come consulente in User Experience Design, mi occupo di applicazioni mobile e marketing territoriale.

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